venerdì 21 dicembre 2012

La parabola del padre misericordioso (Luca 15, 1-3; 11-32)

I destinatari della parabola del figlio ritrovato, più nota come "parabola del figliol prodigo", probabilmente un racconto popolare ripreso da Gesù per parlare della misericordia di Dio, sono gli scribi e i farisei, i quali mormorano perché Gesù riceve i pubblicani e i peccatori che gli si sono avvicinati per ascoltarlo: cfr. 15, 1-2. Per comprendere la ragione dei loro mugugni bisogna tenere presente la loro mentalità. Secondo il loro modo di pensare, esistono due categorie di persone, nettamente separate: quella dei giusti e quella dei peccatori.
I "giusti" sono coloro che osservano con rigorosità le norme giuridiche contenute nella Torah, i cinque libri di Mosè, considerati la rivelazione per eccellenza, la cui osservanza permette di presentarsi con sicurezza davanti a Dio. I "peccatori", al contrario, sono coloro che non si conformano alle prescrizioni della Legge, compromettendo così l'alleanza e la salvezza del popolo di Dio, e per questo vanno isolati e separati. Ebbene, che cosa vuol far capire Gesù con questa parabola agli scribi e ai farisei che, imbevuti di questa mentalità, contestano il suo modo di trattare i peccatori? Il racconto si divide in due parti abbastanza distinte: nella prima, più animata e drammatica, protagonista indiscusso è il più giovane dei due fratelli; nella seconda, più noiosa, al centro sta invece il fratello maggiore. Se teniamo presente che i destinatari della parabola sono gli scribi e i farisei, allora è evidente che il personaggio che li rappresenta non è il figlio più giovane, ma il più grande, ragion per cui una riflessione su questo racconto deve partire dalla seconda parte, all'apparenza meno importante, contrariamente a quello che in genere si fa. E' alla luce della seconda parte che si capisce le prima, piuttosto che il contrario.
Stando così le cose, bisogna cercare di capire innanzitutto il comportamento del fratello maggiore e quello di suo padre nei suoi confronti. "li figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: "Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo". Egli si indignò, e non voleva entrare." (vv. 25-28a). La ragione di tanto rancore è subito detta: quel suo fratello, che ha divorato i suoi averi con le prostitute e per il quale il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, ha quello che non si merita, e suo padre è ingiusto a trattarlo come lo tratta. Alla rabbiosa reazione del figlio più grande il padre non reagisce a sua volta con lo stesso tono, non gli rinfaccia la sua invidia e la sua meschinità d'animo, ma gli fa capire che ama anche lui, come ama suo fratello, riconoscendo i suoi meriti e onorandolo per il suo servizio umile e fedele: "Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo" (v. 31). Egli vede la sua collera e capisce il suo stato d'animo, ma vede anche il suo affetto, la sua serietà nel lavoro, il suo impegno quotidiano: il padre vede nel figlio, al di là delle apparenze, il lato migliore del suo essere, e lo invita a vedere suo fratello con lo stesso sguardo con cui egli vede lui, non solo come uno che è vissuto da dissoluto, ma anche la sua voglia di riscatto e il suo coraggio di tornare, nonostante il completo fallimento della sua avventura. In questo senso il comportamento del padre della parabola deve farei riflettere, perché è il comportamento stesso di Dio, che vede in noi, i suoi figli, più i lati buoni che quelli cattivi e ci invita a fare altrettanto con i nostri fratelli, che sono come noi, buoni e cattivi insieme, e per questo non li dobbiamo trattare da estranei.
Significativo è poi il fatto che il racconto si chiuda con le parole del padre. Non ci viene detto se il figlio maggiore è entrato in casa per partecipare alla festa oppure no. Se i destinatari della parabola di Gesù sono gli scribi e i farisei, spetta a loro, rappresentati dal figlio maggiore, decidere cosa fare, se continuare a credere in un Dio che ci fa sentire buoni e bravi, ma che ci fa vivere senza gioia e nella paura, o cambiare mentalità e affidarsi ad un Dio
che è amore e accoglie tutti, buoni e cattivi, osservanti e non, senza distinzioni, perché tutti sono figli suoi e in tutti vi è del bene e del male. Destinatari della parabola siamo anche noi:
possiamo anche non essere d'accordo con il Dio di cui ci parla Gesù e voltargli le spalle, ma non possiamo cambiare i suoi disegni. 

Commento di Padre Rodolfo Frate Cappuccino del Convento di Rovigo

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